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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 15/06/2016

All'indirizzo http://difendersidalfisco.diritto.it/docs/38351-l-amministrazione-finanziaria-deve-provare-la-qualit-di-erede-tenuto-al-pagamento-dei-tributi

Autore: Graziotto Fulvio

L’amministrazione finanziaria deve provare la qualità di erede tenuto al pagamento dei tributi

L’amministrazione finanziaria deve provare la qualità di erede tenuto al pagamento dei tributi

Pubblicato in Diritto civile e commerciale, Diritto tributario il 15/06/2016

Autore

50130 Graziotto Fulvio
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L’amministrazione finanziaria deve provare la qualità di erede tenuto al pagamento dei tributi L'amministrazione finanziaria deve produrre le prove della accettazione dell'eredità, dalla quale discende la legittimazione passiva degli eredi.
 
Decisione: Sentenza n. 3611/2016 Cassazione Civile - Sezione V
Classificazione: Tributario
Parole chiave: riscossione tributi - eredi - qualità - - rinuncia - onere della prova
 
Il caso.
Un contribuente a cui era stato notificato un avviso di accertamento lo impugnava e, a seguito del rinvio ad altra Corte di Appello da parte della Cassazione e alla morte del contribuente, l'Agenzia delle Entrate agiva nei confronti degli eredi per l'esito soccombente in Commissione Tributaria. Ma gli asseriti eredi avevano rinunciato all'eredità: ricorrevano quindi in Cassazione lamentando che la Commissione Tributaria Regionale non aveva accertato la loro qualità di eredi, e la Suprema Corte accoglie il ricorso.
 
La decisione.
La Cassazione ha rilevato, in via preliminare, che la mancanza della qualità di eredi (e il conseguente difetto di legittimazione passiva), andava solevato durante il giudizio di rinvio: «Non può revocarsi in dubbio, infatti, che la questione di difetto di legittimazione passiva dei chiamati all'eredità di Della Maddalena Palmiro, per avvenuta rinuncia a tale eredità, in quanto vedente su di uno specifico fatto impeditivo di tale legittimazione, andasse sollevata nel giudizio di rinvio (costituente il giudizio di merito successivo alla pronuncia cassata), mediante produzione dell'atto di rinuncia all'eredità, essendosi
l'evento, che aveva radicato detta legittimazione (morte del contribuente, parte originaria del processo), verificato nelle more del giudizio di cassazione e quindi, dopo l'esaurimento del precedente giudizio di appello, svoltosi ancora nei confronti del de cuius. Ebbene, qualora venga eccepita l'estraneità di una delle parti al rapporto giuridico dedotto in giudizio, la contestazione non attiene ad un difetto di legittimazione a contraddire, per la cui sussistenza è necessario e sufficiente che il difetto di titolarità, del rapporto venga semplicemente prospettato, bensì alla titolarità effettiva ed in concreto del rapporto controverso dal lato passivo. Con la conseguenza che, a differenza del difetto di "legitimatio ad causam", il difetto di effettiva titolarità passiva del rapporto non è rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del processo e, quindi, anche in cassazione, se la questione era deducibile nel giudizio di merito (cfr.. Cass. 6894/1999;

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6894/1999; 10673/2002).
Ne consegue che costituisce onere degli eredi produrre, nel giudizio di merito nel quale la questione della loro legittimazione venga, in concreto, a porsi, l'eventuale atto di rinuncia all'eredità, a fronte del quale incomberà, poi, sull'Amministrazione finanziaria l'onere di provarne la mancata inserzione nel registro delle successioni, di cui all'ad. 52 disp. prel. c.c., ai fini dell'opponibilità di tale atto ai terzi (Cass. 2820/2005; 3346/2014).».
Avendo i presunti eredi prodotto tardivamente l'atto di rinuncia, la Commissione Tributaria Regionale non ne ha (correttamente) tenuto conto: «Nel caso di specie, la produzione della rinuncia all'eredità è avvenuta, per contro, non essendosi gli eredi costituiti nel giudizio di rinvio, mediante la spedizione di un'irrituale memoria, con l'allegato verbale di rinuncia, pervenuta alla CTR solo in data 10.7.2009, ossia dopo l'udienza di trattazione del processo, tenutasi il 7.7.2009 (v. sentenza di appello), in violazione del termine - da ritenersi perentorio pur non essendo dichiarato tale dalla legge, in quanto diretto a tutelare il diritto di difesa della controparte ed a realizzare il necessario contraddittorio tra le parti e tra queste ed il giudice (cfr. Cass. 1771/2004; 2787/2006; 23580/2009; 655/2014; 3661/2015) - previsto dall'art. 32, co. 1, del d.lgs. n. 546 del 1992. Ne discende che la CTR - contrariamente all'assunto dei ricorrenti - non avrebbe potuto, di certo, tenere conto di tale tardiva ed irrituale produzione.».
Ma la Suprema Corte precisa che in materia di obbligazioni triibutarie, l'onere di provare l'accettazione dell'eredità grava sull'Uffiicio: «Non può revocarsi in dubbio, infatti, che sulla parte istante incomba l'onere di provare la legittimazione passiva processuale dei soggetti ai quali la domanda o l'impugnazione sia stata notificata, e, dunque, la loro avvenuta assunzione della qualità di erede per accettazione espressa o tacita, non essendo sufficiente la mera chiamata all'eredità, atteso che la
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