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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 18/07/2016

All'indirizzo http://difendersidalfisco.diritto.it/docs/38484-contabilit-in-nero-possibile-il-sequestro-preventivo-durante-le-indagini-preliminari

Autore: Graziotto Fulvio

Contabilità in nero: è possibile il sequestro preventivo durante le indagini preliminari?

Contabilità in nero: è possibile il sequestro preventivo durante le indagini preliminari?

Pubblicato in Diritto processuale penale il 18/07/2016

Autore

50130 Graziotto Fulvio

Qui la sentenza n. 23368 - 26/1/2016 - Corte di Cassazione - Penale, III

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Contabilità in nero: è possibile il sequestro preventivo durante le indagini preliminari? Gli esiti delle verifiche fiscali sono utilizzabili in sede cautelare senza le garanzie previste dal codice di procedura penale.
Decisione: Sentenza n. 23368/2016 Cassazione Penale - Sezione III
Classificazione: Amministrativo, Civile, Commerciale, Penale, Societario, Tributario
Parole chiave: accertamento - contabilità in nero - indagini preliminari - sequestro preventivo - ammissibilità - sussiste
Il caso.
Il Tribunale pronunciava ordinanza con la quale rigettava la richiesta di riesame proposta da un imprenditore avverso il decreto di sequestro preventivo emesso dal giudice per le indagini preliminari per il reato di infedele dichiarazione a seguito della scoperta di una contabilità non ufficiale.
Le attività di polizia giudiziaria descrivevano analiticamente e valutavano la sussistenza del fumus commissi delicti, riscontrata anche attraverso gli accertamenti bancari.
Il contribuente ricorre in Cassazione affidandosi a due motivi, che la Suprema Corte non accoglie.
La decisione.
Il ricorrente assumeva la violazione dell'art. 220 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale.
Più in dettaglio, la Cassazione esponeva che «Il ricorrente si duole della violazione dell'art. 220, disp. att., cod. proc. pen., asserendo che tale norma di garanzia doveva essere applicata sin dal momento, peraltro iniziale delle attività di verifica fiscale amministrativa, in cui la GdF operante in data 9 settembre 2011 ha rinvenuto ed acquisito alcuni documenti "extracontabili", ma con evidente funzione contabile "parallela", che,
di per sé, potevano costituire altrettanti elementi indiziari di reità. Afferma inoltre che nello sviluppo delle ulteriori attività di ispezione/verifica fiscale, la scoperta in data 25 giugno 2012 della cancellazione della banca dati contabile aziendale, dopo peraltro che la stessa era stata copiata dal ct del PM, rappresentava comunque una circostanza di peso indiziario tale da rendere inevitabile l'applicazione della disposizione normativa de qua. Rileva che del resto con la comunicazione della notitia criminis in data 5 luglio 2014 la stessa pg operante segnalava l'acquisizione di precisi indizi di reità sin dall' 1 dicembre 2011, tanto che in quella data si era richiesta al Comandante regionale della GdF l'autorizzazione alle indagini bancarie.
E precisa meglio: «Sulla base di questi dati fattuali, il ricorrente afferma dunque che le risultanze degli atti investigativi espletati dopo il verificarsi dei fatti medesimi non possano essere

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essere utilizzati ad alcun fine decisionale, per la violazione dell'art. 220, disp. att., cod. proc. pen., in quanto pacificamente non adottate le forme previste dal codice di rito penale da parte degli operanti. A sostegno di questa tesi giuridica evoca una recente pronuncia di questa Corte (Sez. 3, n. 4919/2015) che assume essere in termini».
Ma per la Suprema Corte la tesi non è condivisibile: afferma, infatti, che «Tale pronuncia di legittimità infatti, pur riguardando una situazione procedimentale analoga, trattandosi anche in quel caso di attività ispettiva tributaria, cui è poi seguito un processo penale per il delitto di cui all'art. 4, d.lgs. n. 74/2000, è stata resa a seguito del ricorso per cassazione proposto avverso una sentenza di condanna in appello e non, come nel caso che occupa, nella fase procedimentale delle indagini preliminari, in particolare di incidente cautelare, prodromica all'esercizio dell'azione penale e quindi alla fase processuale penale in senso stretto e proprio. E' pertanto evidente e determinante la differenza di ratio decidendi, stante la radicale diversità della funzione e dell'oggetto delle due distinte fasi procedimentali, essendo la prima, quella delle indagini preliminari, volta a verificare la fondatezza di una notizia di reato al fine dell'eventuale promuovimento dell'azione penale, la seconda, quella del processo, mirata al giudizio di responsabilità penale in ordine ad un'accusa formulata alla chiusura della prima».
Il Collegio osserva anche che «tale profonda diversità funzionale comporta un' altrettanto evidente diversità ontologica del giudizio e delle sue regole nell'una e nell'altra delle due fasi. In particolare, nel sottosistema normativo cautelare reale, per il giudice della cautela ovvero del riesame, si tratta di valutare, ancorchè "in concreto" (ex pluribus, v. Cass., Sez. 5, n. 49596 del 16/09/2014, Armento, Rv. 261677), soltanto la sussistenza del c.d. fumus commissi delicti, che pacificamente è
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