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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 23/11/2016

All'indirizzo http://difendersidalfisco.diritto.it/docs/38830-il-termine-prescrizionale-delle-cartelle-esattoriali-la-pronuncia-delle-sezioni-unite

Autore: Giulio Magliano

Il termine prescrizionale delle cartelle esattoriali: la pronuncia delle Sezioni Unite

Il termine prescrizionale delle cartelle esattoriali: la pronuncia delle Sezioni Unite

Pubblicato in Diritto tributario il 23/11/2016

Autore

50401 Giulio Magliano

Qui la sentenza n. 23397 - 17/11/2016 - Corte di Cassazione - Civile, Sezioni Unite

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Il termine prescrizionale delle cartelle esattoriali: la pronuncia delle Sezioni Unite Dopo una lunga attesa le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno messo la parole fine alla vexata quaestio inerente alla prescrizione delle cartelle esattoriali notificate dagli agenti della riscossione, con specifico riferimento al recupero coattivo dei contributi previdenziali. 
 
1.      L’inquadramento
Il problema del termine prescrizionale da applicare alle cartelle esattoriali ha interessato tutti i gradi della giurisdizione ordinaria (soprattutto quella di merito) e altresì di quella tributaria.
Com’è noto, le cartelle esattoriali aventi ad oggetto contributi previdenziali risultano impugnabili od opponibili avanti al giudice del lavoro e proprio dalla Sezione Lavoro della Suprema Corte è scaturita (forse a cagione del notevole contenzioso) l’ordinanza interlocutoria volta all’eventuale rimessione alle Sezioni Unite.
Riducendo ai minimi termini la questione, è possibile affermare che l’annoso problema riguardasse il termine prescrizionale da applicarsi alle cartelle i cui tributi o crediti sottesi fossero assoggettati a “prescrizione breve” in forza di disposizioni speciali derogatorie dell’art. 2946 c.c. I contributi previdenziali, invero, sono assoggettati al termine prescrizionale di 5 anni, come sancito dall’art. 3 comma 9 L. 335/1995. 
 
2.      Il contrasto e l’ordinanza di remissione
Sostanzialmente il cuore del contrasto attiene alla possibilità di applicazione analogica del disposto di cui all’art. 2953 c.c. alle cartelle esattoriali notificate dall’agente della riscossione[1].
L’orientamento favorevole all’assoggettamento della cartella
esattoriale al termine di prescrizione decennale fa leva sull’intervento della cristallizzazione del titolo a seguito di mancata opposizione da parte del contribuente.
Tale corrente giurisprudenziale afferma che «una volta divenuta intangibile la pretesa contributiva per effetto della mancata proposizione dell’opposizione alla cartella esattoriale, non è più soggetto ad estinzione per prescrizione il diritto alla contribuzione previdenziale di che trattasi e ciò che può prescriversi è soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo così definitivamente formatosi; riguardo alla quale, in difetto di diverse disposizioni (e in sostanziale conformità a quanto previsto per l’actio iudicati ai sensi dell’art. 2953 c.c.), trova applicazione il termine prescrizionale decennale ordinario di cui all’art. 2946 c.c.»[2].
Il concetto sostanzialmente sarebbe il seguente: il termine prescrizionale inferiore ai 10 anni previsto dalle disposizioni speciali intanto manterrebbe il proprio valore in quanto il provvedimento che lo contiene (sia esso

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esso l’atto impositivo o la cartella esattoriale) non sia divenuto inoppugnabile. Successivamente, al pari di un provvedimento giurisdizionale, sarebbe assoggettato ad estinzione per prescrizione trascorsi 10 anni.
In tale indirizzo giurisprudenziale, per vero, non si registra una vera e propria affermazione di principio sulla “metamorfosi” dell’atto amministrativo in provvedimento giurisdizionale, con ciò consentendo un’applicazione diretta (e non analogica) dell’art. 2953 c.c., ma ciò ai fini pratici poco rileva.
L’opposta tesi, maggioritaria, prende le mosse dai principi generali dell’ordinamento ed analizza compiutamente il ruolo della pubblica amministrazione nelle procedure esecutive e la natura giuridica dell’atto impositivo o della riscossione.
Secondo questa giurisprudenza le cartelle o i ruoli non opposti non perdono, in forza della mera acquiescenza (recte mancata opposizione) del contribuente il proprio carattere di atto amministrativo e, men che meno, si tramutano in titolo giudiziale. La differenza è, infatti, evidente: il provvedimento amministrativo è emanato da una pubblica amministrazione e non è soggetto ad un controllo giurisdizionale, se non in una eventuale sede d’impugnazione. Orbene, in difetto del “crisma della verifica giurisdizionale”, nell’ambito di un rapporto trilaterale (ente – contribuente – giudice), nel quale il ruolo del giudice sia quello di controllore delle pretese dell’Ente pubblico, non è possibile accordare al provvedimento amministrativo che instaura un rapporto bilaterale la medesima efficacia del giudicato[3].
La Suprema Corte, in tema di sanzioni tributarie, già aveva espresso il suddetto principio pronunziandosi a sezioni unite nel 2009: «Gli effetti del giudicato, quindi, non possono essere assimilati a quelli della mera acquiescenza amministrativa che si esaurisce nell’ambito di un rapporto giuridico amministrativo bilaterale (…)Va dunque affermato, anche in materia tributaria, il principio generale secondo il quale "In tutti i casi in cui la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, una volta formatosi il giudicato, proprio
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