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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 16/12/2016

All'indirizzo http://difendersidalfisco.diritto.it/docs/38905-l-onere-di-provare-i-componenti-negativi-del-reddito-di-impresa-spetta-al-contribuente

Autore: Graziotto Fulvio

L'onere di provare i componenti negativi del reddito di impresa spetta al contribuente

L'onere di provare i componenti negativi del reddito di impresa spetta al contribuente

Pubblicato in Diritto tributario il 16/12/2016

Autore

50130 Graziotto Fulvio

Qui la sentenza n. 11942 - 10/6/2016 - Corte di Cassazione - Civile, V

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L'onere di provare i componenti negativi del reddito di impresa spetta al contribuente Spetta al contribuente, che allega un fatto impeditivo dell'imposizione tributaria, l'onere di provare la effettiva sussistenza di compensi negativi del reddito e la loro inerenza ad attività produttive di ricavi, così come la prova relativa al pagamento di debiti non documentati.
 
Decisione: Sentenza n. 11942/2016 Cassazione Civile - Sezione V
Classificazione: Tributario
Parole chiave: #accertamento, #prelevamentibancari, #oneredellaprova, #ricorso, #fulviograziotto, #scudolegale
 
Il caso.
Una SPA ricorreva contro avviso di accertamento con il quale l'Agenzia delle Entrate riprendeva a tassazione oltre 120mila euro di debiti pagati, considerati passività inesistenti in quanto non documentati e a favore di soggetti non individuati; riprendeva a tassazione anche prelievi bancari di importi rilevanti riversati in cassa pur in presenza di conti con saldo a debito.
La società vinceva parzialmente in primo grado e in appello, ma l'Ufficio propone ricorso in Cassazione, che lo accoglie.
 
La decisione.
La Suprema Corte ritiene fondati alcuni dei motivi di ricorso proposti dall'Ufficio.
Sul primo motivo di ricorso, relativo al pagamento di debiti ritenuti inesistenti in quanto non documentati, la Cassazione così afferma: «Il giudice di appello ha ritenuto che: la posta passiva di euro 125.481, annotata nel conto debiti verso altri soggetti, era stata debitamente documentata mediante produzione di una delibera assembleare del 5.6.2000, che autorizzava l'amministratore a richiedere ai soci versamenti infruttiferi;
che era " nell'ordine naturale delle cose" l'avvenuta restituzione di detti finanziamenti; che era onere dell'Ufficio dimostrare l'eventualità che i finanziamenti non fossero mai stati erogati, attraverso un controllo contabile degli anni precedenti. L'argomentazione è censurabile sia per violazione della regola di ripartizione dell'onere della prova stabilito dall'art.2697 cod.civ., sia per vizio della motivazione. L'adozione di un verbale di assemblea che semplicemente autorizzi l'amministratore a richiedere finanziamenti ai soci (sino alla concorrenza di un determinato importo) non costituisce, sul piano logico, prova dell'effettiva dazione dei finanziamenti autorizzati e della loro successiva restituzione per l'importo indicato nel bilancio. Spetta al contribuente, che allega un fatto impeditivo della pretesa tributaria, l'onere di provare la effettiva sussistenza di componenti negativi del reddito di impresa, nonché l'inerenza degli stessi ad attività produttive di ricavi o altri proventi ai sensi dell'art.109 comma 5 d.P.R. 22 dicembre

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dicembre 1986 n.917. (in senso conforme Sez. 5, Sentenza n. 25282 del 16/12/2015, Rv. 638007Sez. 5, Sentenza n. 1691 del 29/01/2016, Rv. 638736)».
Il Collegio passa poi ad esaminare altro motivo di ricorso, relativo alla ripresa a tassazione dei prelievi bancari, e così espone: «La Commissione tributaria regionale ha considerato i prelevamenti bancari giustificati "per urgenti necessità di cassa", ed ha ritenuto onere dell'Ufficio compiere accertamenti sulla consistenza della cassa al fine di verificare se nella formazione dell'attivo di euro 360.000 circa "fossero confluiti assegni ed effetti di non immediata negoziabilità". Il giudice di merito non ha considerato che l'art.32 comma I lett.b) d.P.R. 29 settembre 1973 n.600 determina uni inversione dell'onere della prova ponendo a carico del contribuente il compito di dimostrare chi sia il reale beneficiario del prelievi bancari, altrimenti considerati come ricavi non contabilizzati; inoltre ha indebitamente posto a carico dell'Amministrazione finanziaria l'onere di verificare la composizione della cassa al fine di accertare l'eventuale presenza di mezzi di pagamento non liquidi, tali da giustificare l'immissione di ulteriori disponibilità finanziarie prelevate da un conto bancario passivo. La motivazione è carente nella parte in cui attribuisce rilevanza probatoria ad una mera ipotesi circa asserite ma indimostrate "urgenze di cassa", e nella parte in cui non risposta alla argomentazione presuntiva dell'Ufficio circa la destinazione dei prelievi bancari a pagamenti di acquisti "in nero", desunta dalla natura palesemente antieconomica di una operazione di prelevamento di somme di denaro dal conto corrente, avente l'effetto di aggravare l'esposizione bancaria della società, al fine di riversare le medesime somme sul conto cassa avente un saldo attivo già elevato».
Poi la Suprema Corte passa all'ulteriore motivo di ricorso, relativo alla dimostrazione dell'inerenza all'attività di impresa di alcune spese: «La sentenza impugnata, nella parte in cui ha ritenuto la
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