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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 12/01/2017

All'indirizzo http://difendersidalfisco.diritto.it/docs/38945-l-interpello-disapplicativo-nella-disciplina-delle-societ-c-d-di-comodo

Autore: Nicotra Antonio

L’interpello disapplicativo nella disciplina delle società c.d. di “comodo”

L’interpello disapplicativo nella disciplina delle società c.d. di “comodo”

Pubblicato in Diritto tributario il 12/01/2017

Autore

50312 Nicotra Antonio

Qui la sentenza n. 5234/2016 - 11/3/2016 - Commissione Tributaria Provinciale

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L’interpello disapplicativo nella disciplina delle società c.d. di “comodo” Il caso
La vicenda in esame trae origine dal ricorso avverso l’avviso di accertamento, concernente l’irrogazione di sanzioni amministrative in materia “Ires”, oltre interessi.
La società ricorrente, in particolare, lamenta che l’atto di accertamento si fondi sul mancato esperimento dell’istanza di interpello c.d. “disapplicativo”, ai sensi dell’art. 30 della Legge n. 724/1994[1], ritenuta obbligatoria da parte dell’Ente impositore, e non, invece, facoltativa.
L’Agenzia delle Entrate, per contro, contesta il comportamento della società ricorrente, ritenendo che il contribuente non potrebbe autonomamente disapplicare le norme sulle società di comodo[2], senza consentire la valutazione - da parte dell’Agenzia delle Entrate - delle situazioni soggettive prospettate.
 
La decisione della Commissione provinciale di Catania
Il Giudice di prime cure accoglie il ricorso ed annulla l’atto impugnato, sul presupposto che, per insegnamento costante della giurisprudenza di legittimità, la domanda di interpello, formulata in materia di società c.d di comodo e diretta al superamento della “presunzione di non operatività” del contribuente, costituisce una “facoltà” e non un “obbligo” per quest’ultimo. L’omessa presentazione della domanda di interpello, pertanto, non comporta limiti al successivo esercizio del diritto di difesa, potendo il contribuente fornire la prova, in corso di giudizio, della sussistenza degli elementi che consentono la disapplicazione del regime anti elusivo
 
L’istituto dell’interpello alla luce delle recenti modifiche normative
Com’è
noto, l’interpello è l’istituto che attribuisce al contribuente  il diritto di conoscere, attraverso “circostanziate e specifiche istanze”, la posizione dell’Amministrazione finanziaria (espressa con risposte “qualificate” e vincolanti), sulla disciplina tributaria applicabile, in concreto, a un atto, fatto o negozio da realizzare (o già realizzato)[3], ovvero sulla disapplicazione di specifiche disposizioni fiscali, in presenza di obiettive condizioni di incertezza sulla corretta interpretazione e al fine di evitare di subire a posteriori conseguenze sfavorevoli (art. 11 della L. n. 212/2000, c.d. dello Statuto dei diritti del contribuente)[4].
La nuova veste dell’art. 11 dello Statuto del contribuente ingloba quattro nuove tipologie di interpello: l’interpello ordinario, che accorpa in sé anche l’interpello c.d. qualificatorio; l’interpello c.d. probatorio; l’interpello antiabuso; l’interpello disapplicativo.
 
Cenni sulla tematica dell’interpello disapplicativo nelle società di comodo; una questione ancora aperta
La decisione della Commissione Tributaria Provinciale muove dall’analisi

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dall’analisi della natura dell’interpello c.d. disapplicativo, correttivo (o negativo) [5], alla luce della recente posizione della giurisprudenza di legittimità, attestata sul principio secondo cui la procedura di interpello di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, comma 8, «costituisce per il contribuente una facoltà che consente di conseguire (in caso di risposta positiva dell'Ufficio) una certezza nei rapporti con la Amministrazione. Ma l'utilizzo di tale strumento non costituisce una via obbligata per il superamento della presunzione posta a carico del contribuente stesso dalle disposizioni anti-elusivo. Quindi al contribuente è sempre consentito fornire in giudizio la prova delle condizioni che consentono di superare la presunzione posta dalla legge a suo danno»[6].
Diverse sono le implicazioni che emergono da questa presa di posizione della giurisprudenza di merito, di cui, tuttavia, non può darsi pienamente conto in questa sede.
A sostegno di tale recente indirizzo, però, giova porre l’attenzione sull’esistenza di una posizione giuridica del contribuente che, in prima battuta, sembrerebbe riconducibile al diritto soggettivo, ed in particolare, tra le situazione c.d. di vantaggio, alla c.d. “facoltà”, in forza della quale il suo titolare è libero di decidere se avvalersene o meno[7].
Nel caso in esame, quindi, la presentazione dell’istanza di interpello, costituisce per il contribuente una facoltà, consistente nel “tenere un certo comportamento”,  senza che dal mancato esercizio discendano conseguenze sostanziali “sproporzionate” nei suoi confronti, come, ad esempio, la preclusione della possibilità di fornire in giudizio la prova contraria per il superamento della presunzione di non operatività della società.
In conclusione, il contribuente, anche laddove non avesse presentato istanza di interpello disapplicativo per il superamento della presunzione di non operatività della società, potrà ugualmente conseguire il risultato della disapplicazione del regime delle cc.dd. società di comodo, fornendo la prova contraria,
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